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Il latino nel cestino

“Il latino nel cestino”: citazioni di cesti nella letteratura latina

Poiché le tecniche di intreccio di vimini e le tradizioni ad esse collegate risalgono all’età antica, è più che lecito supporre di poter incontrare canestri e cistelle anche fra le righe dei testi più noti della letteratura classica. Cominceremo dalla latina, ed in particolare da uno dei grandi classici della letteratura non solo latina, per la verità, bensì di tutti i tempi, cioè le bellissime Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone, scritte all’inizio del I sec. d.C., versi meravigliosi e ricchissimi per lessico, metafore, forza rappresentativa la cui lettura non ci stanca mai.

Ed è proprio nel libro II delle Metamorfosi che, a partire dal verso 748, incontriamo un cesto che potremmo certamente definire “fatale”: la giovane Aglauro, (figlia di Cecrope e sorella di Pandroso ed Erse) è custode, per ordine di Pallade Atena, del cesto in cui è racchiuso Erittonio, rifiutato dalla madre Gea poiché concepito in seguito all’abuso da lei stessa subito da parte di Efesto. Atena ordina ad Aglauro e alle sorelle di non aprire la cesta, ma le fanciulle disattendono l’ordine: curiose, aprono il contenitore ma, meritata punizione, ecco imporsi ai loro occhi la visione orrorifica del fanciullo, mostruosamente dotato di coda di serpente e di zampe di drago. La drammatica visione provoca la follia delle tre donne disubbidienti, e una di loro, Erse, viene trasformata in statua.

Il mito ha trovato fortuna nell’arte pittorica moderna, in particolare nell’età compresa fra ‘500 e ‘600, ed una ricerca iconografica del soggetto in questione potrà rivelarci una interessante varietà di cesti in cui i diversi pittori e incisori, ciascuno e proprio gusto e a propria conoscenza in materia di intreccio, hanno collocato il mostruoso Erittonio.

latino nel cestino

 

latino-van-der-lanen-foto2_Die_Töchter_des_Kekrops_befreien_Erechteus

Jasper van der Lanen, 1620 circa

 

Dalla poesia passiamo ora alla commedia. È appunto una cesta a dare il titolo alla Cistellaria, una delle numerose (almeno 21 sono quelle accertate come autentiche) commedie di Tito Maccio Plauto (III-II a.C.): nel contenitore era stata messa Selenio, frutto di una relazione illecita. Ma proprio nella medesima  cesta sono anche posti gli oggetti che ne consentiranno l’agnizione, cioè lo svelamento della reale identità e il conseguente, meritato riconoscimento sociale.

E ora dalla commedia al romanzo: nel libro XI de L’asino d’oro di Lucio Apuleio (II sec. d.C.) incontriamo un sacerdote egizio intento a recare in un cesto gli strumenti per le celebrazioni rituali. Figura analoga, sebbene qui di sesso maschile, a quella della canefora, la fanciulla che nell’antica Grecia era preposta alla custodia degli strumenti usati durante il rito religioso, figura che abbiamo già incontrato, intenta a reggere un cesto (magistrale il restauro ‘700esco), nella bella scultura attualmente ancora esposta presso la Mostra dei Marmi Torlonia (Roma, Musei Capitolini).

A proposito di asini e ceste, segnaliamo il bellissimo mosaico pavimentale proveniente dal grande palazzo imperiale della antica Costantinopoli, oggi conservato presso il Museo del mosaico di Istanbul, opera in cui il sapiente accostamento dei tasselli ci mostra un giovane nell’atto di offrire ad un reticente asino del cibo posto in un elaborato e capiente cesto. Immagine da https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_del_mosaico#/media/File:Istanbul_Museo_Mosaici_02.JPG

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Leggiamo ancora brani di prosa romanzesca, questa volta quelli che descrivono la ricchissima e scenografica cena offerta da Trimalcione nel Satyricon di Gaio Petronio Arbitro (27-66 d.C.). Ecco un cesto al libro XXXIII: ai commensali sono offerte uova di pavone servite letteralmente dentro una scultura lignea che raffigura una gallina dalle ali aperte (posizione in cui l’animale è solito tenere le ali mentre cova); a sua volta la gallina è collocata all’interno di in una cesta (nel testo “corbe”, dal latino corbis, –is, appunto cistella).

Concludiamo con una osservazione di carattere lessicale: l’attività pugilistica in latino era detta “pugilatus cestis” poiché il combattimento prevedeva l’uso del “cesti”, cioè dei guantoni, composti da strati di pelli che fasciavano parte delle mani (le dita rimanevano libere) e le avambraccia. Tuttavia è necessaria una precisazione: il “caestus” dei pugili deriva dal verbo “caedere”, traducibilie con diverse accezioni di significato quali “percuotere”, “battere”, “uccidere”, e altre, mentre il “cesto” intrecciato con fibre vegetali deriva dalla “cista” latina. Dunque le due parole presentano in italiano identiche grafia e pronuncia, ma hanno tuttavia etimologia diversa. Approfondiremo la questione etimologica in uno dei prossimi articoli.

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Darete contro Entello, Marco Dente e Giulio Romano, prima metà del XVI secolo. Si osservi la didascalia riportata in basso a sinistra, vi possiamo scorgere la parola “cestum” in riferimento appunto al combattimento pugilistico fra i due personaggi dell’Eneide virgiliana.

 

Chiara Morabito

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